46. Una rivolta urbana: il tumulto dei ciompi.

   Da: C. Vivanti, La storia politica e sociale. Dall'avvento
delle Signorie all'Italia spagnola, in Storia d'Italia, volume
secondo, tomo primo, Einaudi, Torino, 1974.

 Fra le numerose insurrezioni che caratterizzarono le citt e le
campagne dell'Europa del Trecento, quella conosciuta come tumulto
dei ciompi,  avvenuta a Firenze nel 1378, resta senza dubbio una
delle pi conosciute e controverse. Essa si svolse, come narra qui
lo storico italiano contemporaneo Corrado Vivanti, sull'onda della
crisi economica che percosse quel secolo, ma scatur anche dai
contrasti sorti nella corporazione della Lana e si inser infine
nella lotta per il potere politico scoppiata tra le famiglie pi
in vista; infine venne forse influenzata anche dalla predicazione
degli eretici fraticelli, frazione di francescani spirituali.
Fatto sta che i tentativi dei pi umili lavoranti tessili di
allargare a Firenze la base del potere fallirono, aprendo la
strada alla progressiva reazione delle classi dominanti.


   Tutte queste tensioni e lotte [quelle scoppiate nel corso del
Trecento a Firenze fra mercanti e lavoratori tessili] -  su cui si
innestano rivalit interne, gelosie di grandi famiglie, aspiranti
a fondare la propria potenza sullo scontro delle fazioni (come gli
Albizzi per l'oligarchia guelfa, e i Ricci, cui si uniscono gli
Alberti, per la parte popolare) - sfociano in quella che possiamo
chiamare la rivoluzione dell'estate 1378. Certo, sarebbe errato
voler considerare questo avvenimento nel mero ambito municipale:
tutta l'Europa del tempo - dalle Fiandre delle rivolte artigiane
del 1322-29 e poi del 1345 e del 1378-84, alla Francia di tienne
Marcel [capo dei mercanti parigini, protagonista della rivolta
contro il potere regio nel 1356] e della jacquerie,
all'Inghilterra di Wat Tyler [capo ribelle, ucciso nel 1381] -
conosce sommovimenti analoghi, direttamente collegati con la grave
crisi economica da cui  colpita l'attivit urbana  e agricola. E
anche per l'Italia gli studi del Rutenburg [storico russo
contemporaneo] hanno messo in luce i nessi esistenti, se non
altro, fra i moti dei Raspanti a Perugia, della Compagnia del
Bruco a Siena e dei Ciompi a Firenze. Gli umili nomi di qesti
movimenti, in cui riecheggia il disprezzo dei loro avversari,
fanno pensare alla profezia diffusa in quegli anni e raccolta da
un anonimo cronista [il cui Diario di anonimo fu pubblicato nel
1876 da Antonio Gherardi]:
.
   I vermini della terra crudelissimamente divoreranno leoni e
leopardi e lupi, e le merle e gli altri uccelli piccoli
ingoieranno gli ghiotti uccelli rapaci. Ancora gli popolani e
giente minuta nel sopraddetto tempo uccideranno tutti tiranni e
falsi traditori, e disporransogli del loro istato e grandezza co'
molti principi e potenti signori.

   Sono ricorrenti profezie millenaristiche, di cui ritroviamo
traccia per buona parte del secolo quattrodicesimo. D'altra parte
non si pu non rilevare che, sebbene qualche studioso abbia
cercato di rintracciare una connessione fra queste agitazioni
popolari e la predicazione ereticale, soprattutto dei  fraticelli,
non vediamo nei moti fiorentini, perugini o senesi
caratterizzazioni religiose evidenti, e comunque il dispiegarsi di
passioni e sentimenti analogo a quello dei lollardi inglesi e dei
beghini fiamminghi [movimenti di laici sorti nelle Fiandre a
partire dal dodicesimo secolo, dediti ad una vita ascetica e
caritativa, ma in seguito bollati come eretici], e nemmeno un
preannunzio di quella che sar alla fine del Quattrocento
l'atmosfera della Firenze savonaroliana. [...].
   Per quello che riguarda le vicende fiorentine, il meccanismo
del tumulto dei Ciompi  ben noto. La spaccatura del gruppo
dirigente in seguito alla guerra degli Otto santi [combattuta da
Firenze contro papa Gregorio undicesimo fra il 1375 ed il 1378 e
guidata da una magistratura composta da otto ufficiali,
soprannominati gli Otto santi], fra il cosiddetto partito degli
Otto santi, che aveva diretto la politica del Comune contro il
papa, sfidandone anche l'interdetto, e la Parte guelfa
[istituzione fiorentina creata per salvaguardare i valori del
guelfismo], che in ogni modo aveva cercato di opporsi e poi di
porre fine al conflitto, spinse il proposto dei Priori - ossia il
capo del governo comunale - Salvestro de' Medici a ricercare nel
giugno 1378 l'appoggio popolare per battere il gruppo dei grandi
[potenti, magnati]. Viene cos presentata una petizione in nome
dei popolani, mercanti ed artefici della citt di Firenze, e dei
poveri e deboli del contado  e del distretto, ed in nome dei
cittadini amanti di vivere in pace delle proprie sostanze e del
proprio lavoro, per ripristinare in tutta la loro severit gli
Ordinamenti di giustizia contro tutti coloro che erano stati detti
grandi, e che se erano stati perci esclusi dalle cariche
comunali, avevano trovato nella Parte guelfa un centro di potere
straordinariamente efficace: Lapo da Castiglionchio, Benchi de'
Buondelmonti, Piero degli Albizzi, Bettino Ricasoli. La petizione
rischia naturalmente di essere bloccata dai fautori della Parte
guelfa presenti nei collegi che avrebbero dovuto accettarla;
Salvestro, quindi,  ricorre alla pressione popolare, senza dubbio
preventivamente organizzata. Ma se l'approvazione della petizione
placa momentaneamente il tumulto, la situazione precipita
nuovamente nei giorni successivi, da un lato per il tentativo di
vero e proprio colpo di Stato progettato dalla Parte guelfa,
dall'altro per l'attivit degli artigiani e dei salariati. Nella
notte del 18 luglio i popolani di vari quartieri si riuniscono
segretamente fuori la Porta di San Piero a Gattolino ed elaborano
un programma comune di rivendicazioni: innanzi tutto una serie di
richieste nei confronti dell'Arte della Lana, che devono essere
sostenute attraverso il riconoscimento dell'organizzazione
corporativa autonoma dei lavoratori, poi l'allargamento dei
collegi, per avere parte nel reggimento della citt. Quando il
20 luglio si sparge la notizia che tre capi dei Ciompi, in seguito
a delazione, sono stati arrestati e sottoposti a tortura, il
popolo minuto si leva in armi e accorre al palazzo della Signoria
sotto i suoi gonfaloni (in testa quello dell'Angelo, che ai tempi
del duca d'Atene [Gualtieri sesto di Brienne, eletto signore di
Firenze negli anni 1342-1343], era stato riconosciuto come
bandiera delle Arti minute istituite dal duca e sciolte dopo la
sua cacciata). A gran voce viene imposta la liberazione dei tre
prigionieri, poi i tumultuanti si impadroniscono del gonfalone
della Giustizia, simbolo del Comune, e dnno fuoco alle case dei
personaggi pi detestati e al palazzo dell'Arte della Lana. La
sera,  in piazza della Signoria, si svolge una strana cerimonia,
e fu il pi nuovo gioco che si vedesse mai, e dur questo
trastullo fino a sera [come scrive il cronista Marchionne di
Coppo Stefani]: il popolo minuto, in un'atmosfera di eccitazione e
di truculento trionfo, procede all'investitura di una sessantina
di cavalieri di popolo. Non si tratta solo di compensare i capi
e i fautori della sua vittoria: al minaccioso grido di fuoco e
carne, sono creati cavalieri di popolo, oltre a Salvestro de'
Medici e ad alcuni coraggiosi popolani, anche esponenti delle
grandi famiglie, gli Alberti e i Peruzzi, ma anche gli Albizzi, i
Rucellai e i Salviati, eccetera Lo stesso Luigi Guicciardini, il
gonfaloniere deposto, che aveva avuto poche ore prima incendiata
la casa, viene investito del titolo. Sembra quasi che con questa
cerimonia il popolo trionfante voglia non solo mostrare la propria
sovranit, ma quasi sancire una nuova alleanza di cittadini,
attraverso questa specie di assimilazione onoraria di elementi
estranei o addirittura ostili.
   L'indomani la vittoria popolare  assicurata con l'occupazione
del palazzo del Podest, su cui vengono innalzate le insegne di
tutte le Arti, ad eccezione di quella della Lana, e
successivamente del palazzo della Signoria.

   Allora entr su, suso, tutto il popolo, con esso il gonfalone
della Giustizia; e s giunsoro suso, entrarono per tutte le
camere, e s trovarono di molti capresti [capestri], i quali avie'
comperati per inpiccare i poveri ch'avevano rubati quando s'arse
da prima [durante la prima fase del moto, a giugno]; e s trovaro
molte altre cose. Andonne suso nella torre molti giovani, e s
sonorono tutte le campane per vettoria ch'avevano avuto il
palagio, a onore di Dio. Po' s ordinarono di fare ci che fosse
di bisogno, per loro fortezza e francamento del popolo minuto [
dal Diario dello squittinatore, edito nel 1888 da G. O.
Corazzini].

   La sanzione politica della vittoria  ottenuta con la
costituzione di tre nuove Arti del popolo minuto: quella dei
sarti, dei farsettai, dei cimatori e dei barbieri, quella dei
tintori e dei cardatori, e quella dei Ciompi, ossia di ciascuno
che stava all'arte della lana: scardassieri, follatori e insomma
tutti gli operai delle manifatture. In tal modo il governo
comunale  composto dalle ventiquattro arti: sette maggiori,
quattordici minori e tre nuove arti, e gli uffici pubblici sono
ripartiti pariteticamente fra i tre gruppi, assicurando un certo
equilibrio. Lo squittino, ossia la scelta di cittadini di pieno
diritto che potevano essere eletti a cariche pubbliche, viene
operato in un ambito che cresce improvvisamente da poco pi di
tremila a circa sedicimila persone: O Idio, che gente fu quella
che ebbe a rifare tanto nobile citt e cos nobile reggimento -
commentava il nuovo "squittino" un popolano "grasso", sdegnoso
verso questi nuovi arrivati - [...] non altro che gente, erano
tutti, veniticcia, che eglino medesimi, domandandogli, non
sapevano donde erano venuti, n di che paese [...]. Non v'era
niuno di famiglia, n niuno buono originale cittadino. Il superbo
disprezzo per i nuovi inurbati corre come un Leitmotiv tipico
della societ comunale, soprattutto dopo le immigrazioni massicce
seguite alla peste, nella polemica delle vecchie classi dirigenti:
dalla condanna dantesca della confusion delle persone sembra
quasi un precorrimento dell'orgoglio oligarchico e aristocratico,
sfociato finalmente negli elogi del cortigiano e del gentiluomo.
Su questi pregiudizi sociali, ma anche campanilistici fa leva la
grande borghesia, temporaneamente sgominata, per preparare la
rivincita.
   N questa si fa  attendere. Il nuovo assetto politico si rivela
ben presto impotente a superare le resistenze dei gruppi
privilegiati. Il sistema corporativo -  stato osservato - cos
come era congegnato, non si prestava a risolvere i problemi dei
rapporti tra datori di lavoro e operai. Non bastava dare
meccanicamente al lavoro la stessa organizzazione che aveva avuto
il capitale. L'aver posto di fronte alle corporazioni dei padroni
altre analoghe di operai, pi che comporre i contrasti tra gli uni
e gli altri, li acuiva (Niccol Rodolico). Va anche notato, poi,
che la nuova situazione venutasi a creare dopo la vittoria dei
Ciompi non rinnovava e rafforzava lo Stato cittadino, allargandone
la base, bens ne sanciva e cristallizzava gli ordinamenti
corporativi, obiettivamente disgregatori. In tal modo, le
possibilit di ripresa delle Arti pi ricche e pi forti avrebbe
finito col mettere decisamente in loro esclusivo potere il governo
comunale.
   Le tappe della reazione sono assai rapide. I padroni delle
manifatture dell'Arte della Lana rifiutano di riprendere
l'attivit e, nonostante le ripetute ingiunzioni del Comune,
botteghe e fondaci restano chiusi. Risultato quasi altrettanto
sterile hanno i decreti per l'approvvigionamento della citt. In
tal modo gli sconfitti di luglio si prefiggono di precipitare la
citt nel disordine, gettando le basi di un forte malcontento che
dia spazio alla loro provocazione: Ed essendo il popolo
arrabbiato di fame, perch le botteghe quasi stavano serrate, e se
stavano aperte non lavoravano, e la Lana non volea fare nulla, di
che questi Ciompi volevano tutti gli ufici, e non avieno di che
manicare [commenta il cronista Marchionne di Coppo Stefani]. Nel
frattempo i sindaci delle Arti, eletti al principio di agosto, e
gli squittinatori [ufficiali incaricati di scegliere gli
eleggibili alle cariche pubbliche] avevano formato una specie di
consorteria, detta degli Ottanta della libert, abbastanza forte
da riuscire a controllare il governo: Era - osserva Rodolico - lo
spirito di Parte guelfa che sotto altra forma riviveva,
improntando cos del suo carattere gli atti di quella che si erano
ribellati ad essa per abbatterla. Purtroppo nella coscienza
dell'uomo del Medioevo, anche del Comune pi liberale, la libert
era concepita come un privilegio, poich in quella coscienza, per
quella morsa tenace che  il passato, tutto il vecchio sistema
della societ feudale resisteva potentemente a qualunque impeto di
rivoluzione, ed improntava del suo spirito gli atti stessi dei
rivoluzionari. In realt questo gruppo non  affatto composto di
rivoluzionari, ma rimane sotto l'influsso degli avversari dei
Ciompi, che di esso sanno avvalersi per rovesciare la situazione.
Quando i Ciompi, consci della loro impotenza politica, cercano di
ottenere una modifica costituzionale, che estenda le loro
possibilit d'intervento, l'alleanza, che aveva assicurato la
vittoria di luglio,  fra le Arti minori e le tre nuove Arti si
spezza, ma anche l'Arte dei farsettai e quella dei tintori
abbandonano il popolo di Dio. Lo stesso gonfaloniere eletto in
luglio, Michele di Lando, un ex scardassiere, impiegato come
sorvegliante nell'opificio di Alessandro degli Albizzi, dopo avere
svolto un'azione provocatoria, gridando per la citt che i Ciompi
volevano costituire una nuova signoria, guida la reazione
antipopolare. Fra sanguinosi scontri di piazza, in cui soprattutto
l'Arte dei beccai si fa strumento di reazione, l'Arte dei Ciompi
viene sciolta, i suoi capi imprigionati o massacrati o costretti a
fuggire, mentre per vari mesi la reazione infuria spietata contro
coloro che cercano in qualsiasi modo di risollevare l'insegna
dell'Angelo.

Cascato  il mannarese [mannaia] al battilana.
che volea guastar s bello gioiello.

esulta il popolo grasso riuscito finalmente a schiacciare.

quella minutaglia, iscardassieri.
pettinatori ancor, lo scamatino,.
vergheggiatori e giente che nacque ieri.

[il Diario compagnano, edito nel 1888 da G. O. Corazzini, da cui
sono tratte tali frasi, si scaglia contro il popolo minuto,
composto da un grande variet di lavoranti della lana, gente senza
nome,  tradizione ed esperienza di governo].

   Le due Arti minori restano ancora al governo per due anni, in
posizione sempre pi precaria e isolata, finch nel gennaio 1382
vengono sciolte e per converso sono dichiarate decadute tutte le
condanne contro i magnati. Mentre l'Arte della Lana scende in
piazza armata, la bandiera di Parte guelfa viene condotta in
trionfo per le strade e alzata accanto al gonfalone del Comune.
[...].
   Nel luglio dell'anno dopo, uno scardassiere, Lorenzo di
Giovanni, detto il Pescaio, che, alla testa di un gruppo di operai
della Lana, aveva cercato di rialzare la bandiera dell'Angelo,
introdotta segretamente in Firenze, al grido di Vivano le
ventiquattro Arti e muorano i traditori che ce fanno morire de
fame, viene condannato a morte con supplizio particolarmente
crudele, nec dictus Laurentius de impunitate tanti malleficii in
futurum valeat gloriari [affinch il detto Lorenzo non si possa
vantare in futuro di essere rimasto impunito per un crimine cos
grande].
   Cos andava instaurandosi allora un regime destinato a ridursi
in oligarchia sempre pi ristretta e finalmente nella tirannide
signorile: le stesse Arti minori di antica costituzione vedono
ridotta a un terzo e successivamente a un quarto la loro
rappresentanza negli uffici, e sono escluse da quelli pi
importanti. Il governo del Comune venne di fatto in mano a Maso
degli Albizzi (1378-1417), poi di Rinaldo degli Albizzi e di
Niccol da Uzzano (1417-34). Quando Cosimo de' Medici, nel 1434,
s'impadron del potere, non parve strano allora quel modo di
vivere introdotto da Cosimo, perch molti anni innanzi s'era retto
la citt in simile spezie di reggimento, [...] tanto che la citt
era avvezza, anzi non conosceva quasi altra spezie di republica se
non potenza di pochi [tratto da un Discorso di Alessandro de'
Pazzi al cardinale Giulio de' Medici (anno 1522), pubblicato da
Gino Capponi nel 1842].
  .
